• sechi648

Sull'Affetto come Responsabilità




Andrea Canavese, psicologo e psicoterapeuta




Nel recente e bellissimo Dune (2021), film di fantascienza girato da Denis Villeneuve e tratto dal superbo omonimo romanzo di Frank Herbert (1965), c'è un momento peculiare che ogni psicoterapeuta dovrebbe cogliere.

Paul, il giovane protagonista, dopo che la sua Casa ha acconsentito al volere dell'Imperatore impegnandosi in una “missione di pace” su Arrakis (il pianeta desertico che sotto le sue immemori sabbie nasconde la Spezia, ovvero la risorsa più preziosa dell'intera Galassia), si reca al cimitero di famiglia per far visita al padre, Duca Leto Atreides I, che se ne sta meditabondo sulla tomba del proprio, di padre, Duca Paulus Atreides: Leto sente già, in cuor suo, che la missione su Arrakis sarà per lui mortale.

Il dialogo che ne segue è quanto di più commovente ed istruttivo ci possa essere per uno psicoterapeuta che vuol saper vivere nel presente, qui ed ora.

Al giovane ed irruente Paul, il prescelto a divenire il Kwisatz Haderach (“colui che abbrevia la strada”) che porterà la pace nell'intero Universo, sfuggono ancora certe dinamiche esistenziali e politiche. Il suo Desiderio è essere un nobile e coraggioso guerriero come il nonno Paulus, morto a sessantasette anni ucciso da un toro in una corrida dopo aver passato una vita da condottiero, non comprende ancora appieno il valore della tattica diplomatica che guida lo sguardo sul mondo di suo padre Leto I.

Affettuoso e saldo nei suoi principi, Leto I sa ben contenere la spavalderia del figlio perché la riconosce: dapprima porge al figlio uno degli insegnamenti più importanti della vita, ovvero il non

sottrarsi quando arriva la chiamata della Responsabilità ma anzi di impegnarsi nel rispondere al

proprio meglio possibile; vedendo Paul toccato nel cuore dalle sue parole, gli confida che anche lui, alla sua età, avrebbe ben preferito essere pilota militare piuttosto che Duca; in questo momento di estrema vicinanza, da cuore a cuore, Leto I non fugge dall'affetto e trova il coraggio di poter dire a Paul che, qualsiasi sarà il richiamo del suo posto nel mondo, per suo padre egli è stato, è e sarà sempre il suo amato figlio.

Archiviato finalmente l'Edipo, ovvero quella complessa teologia del Padre(/Madre) Offeso che ha ferito l'anima di generazioni di psicoterapeuti e pazienti costringendoli ad anni di colpevolizzazioni alleviabili solamente chiedendo ripetutamente perdono a uno psicoanalista-giudice-genitore transferale distante ed interessato non tanto al paziente quanto quasi unicamente al processo, residuo patriarcale di un'epoca alquanto disastrata nascosta sotto quel manto paternale definito risibilmente (in questo caso) “buon senso”, possiamo quindi ormai sentirci liberi dalla zavorra della convenzione istituzionalizzata ed ascoltare per davvero i pazienti senza paranoicizzare, distorcere con interpretazioni ideologizzate, i loro discorsi.

Recentemente mi è capitato, con un giovanissimo paziente, un evento che mi ha aiutato e rincuorato: adolescente nascosto sotto e contemporaneamente protetto da un cappello a tesa larga alla Jigen/John Lennon post-Beatles, non ama star seduto sulla poltrona ma accucciarsi a terra, a gambe incrociate come un novello Siddharta Gautama.

Solo quando finalmente mi sono spogliato del ruolo oracolare che stavo insensatamente ricoprendo e sono sceso dal trono psico-laqualunque per sedermi, per terra in meditazione con lui, ho potuto cogliere davvero la sua anima: uno sguardo fugace, un sorriso malcelato, un pensiero che da inconscio si avvia al conscio.

Come sa bene chi c'è dovuto passare, sarebbe stato facile rimanere seduto sulla poltrona dello psicoterapeuta, schierato contro i sentimenti del ragazzo, ammalarmi di stantio psicoanalismo: sarebbe stato tanto facile quanto, se ci fosse andata bene, inutile; tanto facile quanto dannoso.

Riconoscere il dolore per impegnarsi ad elaborarlo non è mai facile, non può ma soprattutto non deve esserlo: il Male è male proprio perché è sempre la scelta più comoda.

Impegnarsi anima e corpo è difficile, duro: almeno all'inizio.

Ma volete mettere quanto ci si sente bene una volta liberi dal pregiudizio, orgogliosi nel concedersi di lavorare bene e con affetto?


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