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Dal disagio della civiltà alla civiltà del disagio

Aggiornamento: 3 dic 2021

di Claudio Grasso



Non possiamo non stupirci quando un autorevole collega sbaglia la mira. Ci riferiamo a Massimo Recalcati e al suo articolo su “La Repubblica” del 24 novembre. Certo lo scritto si riferisce all’anniversario del saggio di Freud “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921), saggio ancora di grande attualità e “validità”. Perché la mira di Recalcati risulta sbagliata?

Perché noi non viviamo nell’epoca delle masse, ma nell’epoca, come dice una giovane e intelligente collega, degli sparpagliati, magari milioni e milioni fino ad essere miliardi di esseri umani, ma non più masse bensì sparpagliati. Di qui il passaggio, questo sì epocale, dal disagio della civiltà alla civiltà del disagio.


“L’attacco di panico ha assunto ormai da tempo forme di diffusione epidemiche” (Recalcati).

Non a caso, ma non per i motivi indicati da Recalcati. I motivi sono da ricercare nel non essere più “masse”, nell’essere semmai individui soli e “ sparpagliati”, alla disperata ricerca di un contenitore che si è dissolto: né quello politico-ideologico, evaporato nel nulla dopo il crollo del muro di Berlino, né quello religioso indebolito fino ad essere privo di carne e sangue dalla morte di Dio (Nietzsche) e, soprattutto, dalla nascita imperiosa di un Dioprotesi (Freud, “il disagio della civiltà”, 1929). Freud qui è davvero profetico, come lo era stato nel saggio del 1921, anticipando la nascita dei totalitarismi che hanno segnato la storia del “secolo breve”. Freud, attraverso la metafora del Dio-protesi, è andato al di là, ha previsto profeticamente lo strapotere totalitario della tecnica e della tecnologia: “L’uomo è per così dire divenuto una specie di Dio-protesi, veramente magnifico quando è equipaggiato di tutti i suoi organi accessori; ma non formano un un tutt’uno con lui e ogni tanto gli danno ancora del filo da torcere”. Oggi siamo arrivati alla cruna dell’ago (basti pensare allo sviluppo e ai limiti dello sviluppo, alla cosiddetta sostenibilità; e noi tra due fuochi: uno climatico, l’altro pandemico). E non c’è più filo da tessere (o, per meglio dire, ne è rimasto un piccolo gomitolo) e abbiamo tra le mani “impanicate” l’altro filo, il filo da torcere.

Filo da torcere che attraversa tutte le famiglie (la famiglia è l’ultimo, estremo e provatissimo contenitore rimasto) e gli individui sparpagliati. Dalle bambine-i, loro sì incarnazione dell’ideale dell’io dei genitori, passando per l’adolescenza, la stagione della vita più esposta, anche nel “corpo psichico”, insieme con i/le giovani, alle angosce narcisistiche, fino alle nebbie di marca depressiva delle persone mature e all’invisibilità tombale dell’età anziana.


Noi tutti veniamo al mondo con un abito mentale che i genitori hanno preparato in attesa del bambino-a e fatto indossare e via via confezionato dalla nascita in avanti (desideri, bisogni, emozioni, affetti, sentimenti, aspettative). Anzi prima della nascita, perché il figlio-a è già, in molti casi, nella mente della futura coppia genitoriale (in particolare della madre). Da tempo è stato preparato per il nascituro-a non solo il cosiddetto corredino (azzurro o rosa, appena si è venuti a conoscenza del sesso del bambino-a), ma soprattutto nell’attesa della nascita i genitori hanno già confezionato il corredo psichico, l’abito mentale che il figlio-a indosserà ancor prima di venire alla luce. “Per nascere siamo nati” (Pablo Neruda) e la nascita è fondata sulla mancanza, in quanto ognuno di noi è, secondo la Costituzione non scritta degli esseri umani, non una totalità ma mancante ed incompleto, ed è fondata sulla differenza, in quanto ognuno di noi è differente da qualsiasi altro soggetto vivente (o vissuto prima o che vivrà dopo). Le nostre impronte digitali sono rappresentate dalla mancanza (già Platone ce lo indica nel Simposio in relazione alla nascita di Eros, figlio di Penia, e al mito dell’androgino) e dalla differenza (identità di genere; corredo familiare; cittadinanza; appartenenza etnica; religione; status socio-economico; contesto culturale), differenza da non confondere con diversità, che ne rappresenta la perversione.


Tutto ciò accadeva prima dell’avvento di quella che io chiamo la civiltà del disagio. Siamo passati dal disagio della civiltà, la civiltà che produce strutturalmente il disagio, la civiltà delle masse alla civiltà del disagio, la nostra civiltà. La civiltà degli individui, degli “sparpagliati”, in cui la mancanza viene impotentemente riempita di like e la differenza (sempre male accolta da sempre) viene sistematicamente trasformata in diversità (attraverso il disprezzo, fino all’odio, unico vero Dio rimasto nel cuore mal pulsante dell’individuo nella civiltà del disagio). Tranne gli “happy few“, che sono sempre più pochi. Se sono davvero felici, non avendo trionfato ad Azincourt ma al massimo su Facebook, vi è da dubitare. Certamente non sono fratelli. La nostra civiltà è la civiltà del disagio perché non è più abitata da esseri umani (quale che sia il genere) e neppure da replicanti Bladerunneriani, ma da piccoli, piccolissimi Dei minori. Altro che masse, sì anonime, però talmente potenti da rivoltare la Bastiglia, il Palazzo d’inverno, il muro di Berlino. Piuttosto come affermava Freud, specie di Dio-protesi, senza la quale (protesi) non Dei e neppure esseri umani, una zona intermedia abitata radicalmente dal “Narciungluck” (infelicità narcisistica). Cosa resta allora? Il trionfo narcisistico della durata di 15 minuti?


Noi pensiamo che proprio perché il disagio è il sangue che scorre nelle vene della nostra civiltà, gli psicoanalisti, in particolare, sono convocati a mettersi in gioco dentro e fuori la stanza dei sogni. Forse non possiamo più affidarci, come Freud, a una delle due “potenze celesti” (l’eros eterno), ma riconoscere l’altro non come diverso bensì come differente, e in questa prospettiva “gruppo di fratelli”, può essere la sfida per la donna e per l’uomo della civiltà del disagio.


La condizione umana e la stessa specie e anche il nostro pianeta forse per la prima volta nella storia sono minacciati non solo e non tanto dall’esterno (pensiamo, per esempio, alla guerra fredda). Sono minacciati piuttosto dall’istanza interna della negazione della mancanza e della differenza, tramite il primato della hybris del narciso che attraversa tutti gli individui, sparpagliati e disabitati in questo tempo fuori di sesto.

Saremo all’altezza di questa sfida?


P.S. Nell’ultimo film di Paolo Sorrentino “E’ stata la mano di Dio” il regista fa dire al mentore del protagonista (che rappresenta Sorrentino adolescente), dopo il gravissimo trauma della morte di entrambi genitori (per una fuga di gas): “non ti disunire, non ti disunire”. Il ragazzo (17 anni) era andato a seguire in trasferta la squadra del cuore il Napoli, e il suo “Dio” Diego Maradona. È stata la mano di Dio (cioè la famosa mano di Maradona) che lo ha salvato dalla morte. Il film, molto bello, è autobiografico e ci racconta come Paolo Sorrentino si è salvato da morte sicura grazie alla “massa” dei tifosi, cui apparteneva (avrebbe dovuto stare insieme con i genitori morti, appunto, per una fuga di gas). Ed invece non era destino, perché lui tifoso, con la carica tipica di un adolescente, era andato a vedere il Napoli, che giocava in trasferta, e in particolare, il suo idolo Diego Maradona. Come sappiamo Paolo Sorrentino, per fortuna sua e nostra, per talento, perché amato, non si è disunito, non si è sparpagliato.

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